“I’m Guybrush Treepwood, the Mighty Pirate™”. Si, il “TM” va pronunciato. Queste sono le esatte parole con cui il protagonista della saga di Monkey Island si presenterà più e più volte, facendosi prendere bellamente per culo da chiunque, anche dai gabbiani (no, non scherzo). Questa è una serie di videogame di genere punta-e-clicca che ha fatto la storia e, dopo averla rigiocata tutta, dal primo all’ultimo capitolo, devo per forza inserirla tra gli universi di questa mia isola peronale. Vi posso assicurare che bene o male siamo tutti un po’ Guybrush Treepwood.
Per chi volesse sentirmi chiacchierare di Monkey Island, in Tazza Narrativa io ed Eugenio ne abbiamo parlato insieme a Deponia. Ascoltatelo… please. Ci mettiamo tanto amore (e humor) nel realizzarlo.
In questo episodio di Tazza Narrativa con Eugenio e Marco parliamo di:
- Il mistero di Monkey Island
- Deponia
Come partecipare:
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Tazza Narrativa è un podcast di Eugenio Liotta con Marco Maiorano per SottoCoperta Studio

Sommario
Un giorno diventerò il re dei pirati... ah no, aspetta...
Il mondo della saga di Monkey Island è più o meno come quello di One Piece: fatto di isolette del cazzo buttate in mezzo al mare, senza un vero continente che possa essere un punto di riferimento. Nel corso dei vari titoli esploreremo una marea di fazzoletti di terra sperduti, alcuni composti veramente solo da uno scoglio con sopra la classica palma e poi solo sabbia. Ogni isola ha le sue caratteristiche e, se è stata programmata, è certo che presto o tardi sarà il tassello di qualche bastardissimo e assurdo enigma, la cui risoluzione ci porterà da lei, l’isola delle isole: Monkey Island.
Vorrei dirvi che tutti i giochi ruotano intorno all’arrivo a Monkey Island, per questo o quel motivo, ma in realtà si esplora più che altro il continuo conflitto tra Guybrush e LeChuck, il pirata fantasma/zombie/umano/demone/semidio che ci farà da acerrimo nemico mentre saremo al comando del belloccio protagonista. Peraltro: lo sapevate che il nome Guybrush deriva dal fatto che il file di gioco con le info del protagonista era stato chiamato “guy.brush” (brush è un vecchio formato di file) e che, nello sceglierne il nome, non avevano fantasia? Però dai, sta cosa è in perfetta linea con l’umorismo che pervade la serie.
In questo mondo di pirati disagiati la magia è ben accetta, specialmente quella woodoo, e nessuno sembra mai essere particolarmente preoccupato dal fatto che un pirata fantasma immortale voglia conquistare il mondo. Diciamo che ai vari isolani non frega assolutamente niente di qualcosa che sia al di fuori delle rive della propria isola. Si, è un mondo molto isolazionista (nel verso senso della parola) e conservatore. Ogni isola c’ha le sue cose e nessuno ha interesse nello scoprire cosa ci sia oltre.
Ed è in questo contesto che parte la nostra storia, con il mitico tesoro di Monkey Island e i segreti che questo misterioso pezzo di terra in mezzo al mare nasconde. Riuscirà il nostro Guybrush a diventare un pirata ricco e famoso? Beh, vi svelo un segreto: quando ho visto la fine di Return to Monkey Island, una piccola lacrimuccia mi è scesa e l’unica cosa che ho pensato è stato… che viaggione!
Aspirante pirata cerca isola del tesoro
The Secret of Monkey Island si apre con un inconsapevole Guybrush che vuole solo diventare un famoso pirata. Per farlo si sottopone alle tre prove di tre vecchi ubriaconi allo Scumm Bar su Melee Island. E voi direte: ma sono percaso solo un pretesto per buttare dentro enigmi di vario genere? Si. Ma il nostro Treepwood non ha capito questa cosa e, da bravo ragazzo, porta a termine tutte le prove. Ehi, ora è un pirata perché altri vecchi pirati dicono che è un pirata. Benvenuto tra noi “bisogno d’approvazione”. Ecco, diciamo che il nostro Guybrush è un uomo semplice: gli dici quello che deve fare e lui lo fa. Come Pino La Lavatrice, ma meno intelligente. E anche se gli viene chiesto di salvare il mondo, non è che lui si ponga veramente il problema… diciamo che succede. Avete presente il classico meme del “lui non può fare questa cosa, ma non lo sa e la fa lo stesso”? Ecco, Guybrush è l’incarnazione perfetta di questo stereotipo. Il che, lasciatemi dire, lo fa essere spassoso in alcuni momenti e fastidioso in altri.
Nel mentre il nostro Guybrush si invaghisce di Elaine, la governatrice di Melee Island, che viene rapita da LeChuck perché anche lui, stranamente, ne è innamorato. Dico “stranamente” perché rimane comunque un pirata fantasma, quindi incapace di provare sentimenti, rapire cose o portarsele a letto (oh no, ho appena dato della “cosa” a un ammasso di pixel a forma di femmina… aiuto, sento già il fiato delle femministe sul collo… e non è una pratica sessuale).
Il nostro protagonista inizierà quindi a cercare il modo di raggiungere Monkey Island, un’isola mitica avvolta nel mistero, che nasconde un segreto. Qual è il segreto? Beh, ci vorranno vari giochi per capirlo. Per poter anche solo pensare di partire per Monkey Island, il nostro novello Luffy deve ottenere una nave, una ciurma e una pozione magica.
La ciurma sarà quindi composta da un ex galeotto, la maestra di spada sconfitta a insulti (letteralmente) e dal classico pirata con l’uncino. Per la nave invece sarà necessario passare dal cantiere di Stan, un personaggio singolare, dalla giacca ipnotica, che muove mani e gambe senza mai fermarsi. Sembra un po’ la classica scena dei Griffin dove c’è il “pupazzo che agita le braccia come uno scemo” (si tratta del classico gonfiabile che si vede in film e serie tv americane nelle concessionarie di auto usate).
Arrivato su Monkey Island il nostro prode protagonista incontrerà Herman, un naufrago smemorato che dimora sull’isola da decenni. Insieme a quest’ultimo, durante la risoluzione di uno degli enigmi, Guybrush finirà con l’affondare la sua stessa nave, con tanto di equipaggio ammutinato ancora a bordo. Qui sull’isola la comicità del videogame dà il meglio di sé. Finiremo più volte prigionieri di una tribù di indigeni e saremo costretti a trovare un cottonfioc gigante per aprire l’entrata di una caverna a forma di testa di scimmia. Il tutto per raggiungere il lago di lava in cui ormeggia la nave fantasma di LeChuck. Vi assicuro che prima di arrivare alla nave vi perderete tante volte (ma proprio tante), finché non capirete il trucchetto per avanzare solo nelle vie giuste (e non ve lo dirò io… non sono mica un walkthrough).
Ora non resta che affrontare LeChuck, che nel frattempo è andato alla chiesa di Melee Island per sposare con la forza Elaine. Sarà il nostro protagonista a sconfiggerlo, armato di… orzata? (root beer in inglese), trasformandolo in una nube di vapore. Tutti sono salvi e vissero felici e contenti, giusto? No, vi sbagliate. Ma di questo ne parliamo nel prossimo paragrafo.
Voto per The Secret of Monkey Island:
8 - Un gioco dall'umorismo spassoso e dagli enigmi originali!
La trama non è che brilli proprio per originalità. O meglio, sembra quasi essere composta da una serie di pretesti per costringere il giocatore a risolvere enigmi. Il che è comunque un elemento originale per l’epoca. Infatti questo titolo ha fatto scuola nel genere e tanti altri si sono ispirati ad esso nella creazione dei punta e clicca. Ron Gilbert e la LucasArts hanno fatto un lavoro magistrale, riuscendo a zippare l’intero gioco in quello che all’epoca era un floppy disk (roba assurda… immagazinava solo un 1,24MB di memoria… ora neanche un documento word è così leggero).
Questo è un cult da recuperare per tutti gli amanti del genere, un pezzo di storia folle e divertente che vi metterà in crisi se non iniziate a pensare fuori dagli schemi.
Pirata sconosciuto cerca mappa del tesoro
Si può fare un sequel migliore del gioco precedente? Si, si può e Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge ne è la prova. Il nostro Guybrush ha salvato Melee Island e Elaine Marley da LeChuck, ma a quanto pare a nessuno frega nulla e lui si ritrova a Scabb Island a narrare le sue gesta a tutti quelli che incontra, che puntualmente non gli credono.
Qui sente le voci per il prossimo obbiettivo: il tesoro di Big Whoop. Si tratta di un tesoro leggendario, la cui ubicazione ignota si trova scritta su una mappa divisa in quattro parti che curiosamente sono state sparse proprio sul piccolo arcipelago dove Guybrush si trova. Che culo, eh?
Nel frattempo LaGrande, uno dei vecchi scagnozzi di LeChuck, riesce a recuperare i resti cadaverici del suo vecchio capo e, grazie a un incantesimo woodoo, lo riporta in vita in forma di zombie. Guybrush, scoperta la cosa, capisce che deve trovare Big Whoop prima del suo acerrimo nemico.
Nella ricerca ritroveremo Elaine, che non è per niente contenta di rivedere Guybrush, per quel detto-non-detto che sembra esserci stato tra il primo e il secondo gioco. Pare infatti che i due abbiano avuto una relazione, ma che Guybrush fosse così concentrato su sé stesso, sulla gloria che voleva raggiungere e su come ha sconfitto LeChuck, che ha finito per trascurare la ragazza, che lo ha piantato etichettandolo come immaturo. Tra i vari enigmi ritroveremo anche Stan, che dopo la chiusura del cantiere di barche su Melee Island, ora vende bare su Booty Island, dopo essersi aperto una società di pompe funebri. Vi dico solo una cosa: ho amato il trick narrativo con cui finiamo a rinchiudere Stan in una bara e a lasciarlo lì, fottendocene malamente della sua sorte. Bellissimo.
Tornando a noi, la gran parte della trama, nonché la parte veramente fondamentale, si svolge a Dinky Island, dove finiremo in una serie di tunnel fin troppo moderni per l’epoca piratesca in cui è ambientato il gioco e in cui ci scontreremo ancora una volta con LeChuck, che sarà sconfitto grazie a una bambola woodoo. Qui, oltre a non scoprire mai cosa cazzo fosse il tesoro di Big Whoop (ma nel terzo gioco scopriremo che è un portale per l’inferno dei pirati), assistiamo a uno dei plot twist più mindfuck di tutti i punta-e-clicca: LeChuck afferma di essere il fratello di Guybrush e la fine di questo capitolo ci lascia con due bambini, fratelli, all’interno di un parco giochi, che si chiamano appunto Guybrush e LeChuck. E mentre la nostra Elaine si chiede se Guybrush sia sotto un incantesimo, noi giocatori rimaniamo spiazzati, sconvolti e intontiti da questo finale apparentemente incomprensibile. Questo gioco è uscito nel 1991 e, chi lo giocò all’epoca, dovette aspettare ben 31 anni prima di scoprire la verità, con l’uscita di Return to Monkey Island.
Voto per Monkey Island 2: LeChuck's Revenge:
9 - Trama accattivante, scenette imbarazzanti ed enigmi assurdi. Adoro!
Ma… solo io ho notato che in un gioco che si chiama Monkey Island, non c’è Monkey Island? La nostra isola delle scimmie misteriosa, che si tiene i suoi segreti proprio come consiglia Frodo, ritornerà nel prossimo gioco. In questo si espande un po’ di lore e di geografia del mondo di Monkey Island, costringendoci a fare avanti e indietro tra un trittico di isole per risolvere tutti gli enigmi. Anche se la spaventosa quantità di caricamenti è inspportabile, questo andirivieni per risolvere ogni enigma mi è sempre piaciuto e impazzire per risolvere problemi assurdi con soluzioni ancora più assurde, mi intriga. Oltretutto il finale è veramente spiazzante, una cosa che personalmente amo.
Pirata semi-famoso cerca soluzione a maledizione
Il terzo capitolo, The Curse of Monkey Island, gira tutto su un gruppetto di isolette sperdute. Tutto parte con Guybrush su una barca in mezzo al mare, mentre Elaine, ora governatrice di Plunder Island e LeChuck, ancora zombie, si stanno bombardando a vicenda. Tutto molto interessante, ma la prima domanda che mi è balenata nel cervello era: “e del finale del 2 non ne parliamo?” Non ci sono accenni al plot twist del secondo capitolo e noi giocatori che stiamo giocando la saga capitolo, dopo capitolo, dobbiamo far finta di niente e lasciare alla sospensione dell’incredulità tutte le domande che erano sorte in quel momento.
Guybrush, che ora è tornato con Elaine, è pazzo d’amore per lei e vuole chiederle di sposarlo. Tuttavia non ha nulla per fare la proposta, ma riesce a trovare un anello d’oro, che sfortumatamente era maledetto e trasforma Elaine in una statua d’oro proprio mentre lei sta dicendo “si” e se lo sta infilando. Ecco, diciamo che lei ormai è venuta a patti col fatto che l’amore della sua vita sia scemo come fosse il protagonista di un qualsiasi shonen, ma diciamo che lo apprezza per lo spirito d’avventura e l’umorismo. Chiaramente appena Guybrush si rende conto di aver fatto una cazzata, parte in viaggio tra le isole alla ricerca di un modo per riportare la sua promessa sposa alla normalità. Nel frattempo LeChuck ha fatto un power-up, passando al livello zombie-demone e iniziando ad inseguire Guybrush con l’intenzione di vendicarsi delle sconfitte passate. Il nostro stupido eroe è quindi costretto a vagare per le isole in cerca di una ciurma per contrastarlo. Finisce quindi a Blood Island, isola dal nome molto rassicurante, in cui incontrerà ancora una volta Stan, che ora, traumatizzato dall’essere rimasto chiuso in una bara, si è dato all’organizzazione di funerali. Sempre qui avremo a che fare con un vulcano attivo che dovremo stuzzicare per farlo eruttare. Ovviamente l’eruzione porterà caos e distruzione, nonché un fiume di lava che permetterà di completare la ricerca di un anello purificato per rompere la maledizione del primo. Il bello è che Guybrush non si fa il minimo scrupolo a causare così tanti danni. Ah, il potere dell’ammmore.
Ehi, avete presente Monkey Island? Si, quell’isola che dà il nome a questa serie di giochi e che, stranamente, è un bel pezzo che non vediamo? Ecco, qui arriviamo al punto in cui gli sviluppatori sembravano essersi detti “dobbiamo mettere dentro Monkey Island, ma come?“. Questo perché, così, de botto e senza senso, Elaine e Guybrush vengono imprigionati da LeChuck e portati su Monkey Island, che nel frattempo è stata asfaltata, e tutta la sua “selvagezza” è stata sostituita da un bel parco divertimenti. Non che io mi faccia domande eh… diciamo che arrivato a questo punto della serie ho imparato ad accettare tutte le cazzate che mi vengono proposte e ho imparato a ragionare con la stessa demenzialità degli sviluppatori per risolvere gli enigmi. Quindi, dicevo… LeChuck prende Elaine e trasforma Guybrush in un bambino, lasciando il giocatore a doversela sbrigare tra le varie giostre per risolvere altri enigmi e arrivare finalmente a salvare Elaine e a sconfiggere LeChuck su una serie di montagne russe che raccontano la vita stessa del pirata zombie-demone, con tanto di fantoccio-guybrush a fare da nemico. È in questo momento che si scopre cos’è realmente il Big Whoop: un portale per un inferno pirata usato da LeChuck per ottenere i suoi poteri demoniaci. Alla fine del gioco finalmente Elaine e Guybrush si sposano e via che si vola verso il prossimo capitolo.
Voto per The Curse of Monkey Island:
8 - Bello, ha delle trovate veramente folli!
Qui appare Monkey Island, ma solo verso la fine e, curiosamente, questa sua trasformazione in luna park non verrà neanche citata nei capitoli successivi e la nostra isola misteriosa tornerà tranquillamente a essere selvaggiosa come sempre. La trama è coinvolgente e il titolo mi ha divertito veramente tanto, anche se non quanto il secondo. Diciamo che ho apprezzato molto l’assurdità di tutti gli enigmi all’hotel e quelli con in mezzo il vulcano. Poi la genialata di Stan che ritorna in una cripta dopo esser finito in una bara, l’ho veramente amata. Invece è proprio la trasformazione in luna park dell’isola più iconica, che non ho apprezzato. Inizialmente credevo fosse un richiamo al finale del secondo capitolo, ma mi sbagliavo.
Pirata famoso cerca insulti
E siamo al quarto capitolo, Escape from Monkey Island. Avevamo lasciato la nostra coppietta come novelli sposi su una barca e li ritroviamo dopo la loro luna di miele approdare a Melee Island. Qui scopriamo che Elaine è morta… … … per la burocrazia, si intende. Infatti non può riprendere il suo ruolo di governatrice perché è stata dichiarata morta da Charles L. Charles (che d’ora in poi chiamerò Charles L. Charles per comodità), che si è candidato al ruolo di governatore.
Mentre Elaine sbriga tutte le pratiche burocratiche per tornare legalmente in vita e ricandidarsi, Guybrush ritorna a vagare sull’isola per capire come mai la sua amata è stata dichiarata morta e trovare delle prove di un complotto. Ritroveremo una Melee Island quasi completamente cambiata, non solo perché il gioco è in 3D per la prima volta, ma anche perché è stata letteralmente asfaltata da Charles, che vuole trasformare l’isola in una meta per turisti.
A furia di smanettare con gli enigmi, Guybrush finisce col partire per Jambalaya Island, un’altra isola già mattonata e asfaltata da Charles, resa una meta turistica di dubbio gusto. È proprio qui che si scopre tutto il complottone e il nostro eroe inconsapevole apprenderà da Ozzie Mandrill (uno degli antagonisti del gioco) dell’esistenza dell’Insulto Finale, un artefatto magico in grado di umiliare così tanto qualcuno, da renderlo una nullità. Chiaramente questo è un riferimento al duello ad insulti, una delle meccaniche più amate della serie.
E siamo finalmente di nuovo su Monkey Island, dove ritroveremo gran parte delle cose cambiate. Alcuni luoghi saranno riproposti quasi uguali, ma in 3D, con un effetto nostalgia bellissimo e devastante, ma ci sono delle novità sull’isola. Partiamo da Herman (che si scoprirà essere il nonno di Elaine), il sopravvissuto del primo gioco, che sta ancora lì a giocare a briscola con le scimmie, ma che ora si è fatto un accampamento che rispetto a quello dove abitava prima, sembra una reggia (è una tenda strappata piantata per terra). Oltre a questo scopriamo che gli indigeni non ci sono più (forse sono morti tutti, boh), del luna park del terzo capitolo non c’è traccia e, soprattutto, le scimmie hanno preso possesso del villaggio degli indigeni ed hanno imparato il Monkey Kombat, una parodia di Mortal Kombat, mischiata alla meccanica degli insulti del primo gioco. Veramente carino, ma molto complicato da padroneggiare. Ho smadonnato abbastanza, devo essere sincero. Anche perché impararlo serve a battere la scimmia che detiene uno dei pezzi dell’insulto finale. In ultimo, ma non per importanza, scopriamo che su Monkey Island ora c’è un vulcano attivo sulle cui pendici sorge una cattedrale dedicata al culto di LeChuck. Ed eccolo lì, l’antagonista che volevamo… come tornerà questa volta? È presto detto: Mandrill, che stava a sua volta cercando i pezzi dell’insulto, è in realtà alleato con Charles L Charles, che si rivelerà essere proprio LeChuck, ora pirata-demone-fantasma-zombie, sotto mentite spoglie. Sarà però Mandrill ad avere tutti i pezzi dell’insulto, quindi bisogna sconfiggerlo.
Lo scontro finale è bellissimo. Guybrush scopre che il tempio testa-di-scimmia del primo gioco è in realtà una roboscimmia gigante e, senza nessuna conoscenza di pilotaggio, si metterà alla guida per andare contro Mandrill e LeChuck, con quest’ultimo che nel frattempo ha preso possesso di una statua gigante e si è rivoltato contro Mandrill. Dopo un filmatino comico che si lascia guardare c’è una brevissima sessione di Monkey Kombat, più facile di quelle fatte sull’isola, che porterà alla fine di Mandrill e LeChack e alla distruzione dell’insulto finale. E vorrei dire che vissero felici e contenti, ma ancora non siamo alla fine.
Voto per Escape from Monkey Island:
8 - Mi son piaciuti un sacco di enigmi, ma il monkey kombat mi ha fatto smadonnare
La saga si riconferma un capolavoro anche in 3D. È bello rivedere i posti del primo storico gioco rivisitati, compreso il fatto che lo Scumm Bar ora in teoria sarebbe diventato un ristorante. Bellissimo ritornare finalmente come si deve su Monkey Island, così come mi sono divertito un sacco a risolvere enigmi sempre più assurdi. A un certo punto infatti dovremo lanciare una bottiglia in testa a Herman per fargli tornare la memoria. Il monkey kombat l’ho odiato. Bellissima la citazione a Mortal Kombat, ma le bestemmie che ho dovuto tirare e le stronzate che mi son dovuto segnare per capire il meccanismo, sono state un po’ too much. Piccola chicca finale è Stan, che ritorna qui come agente immobiliare. Spettacolo.
Pirata molto famoso cerca spugna
Per me, il quinto capitolo è anche l’unico che veramente toppa fortissimo all’interno della saga. Il 3D è sicuramente migliorato rispetto al quarto, ma sto gioco ha diversi problemi sopra ai quali ho dovuto smadonnare diverse volte e con cui sono sceso a patti molto difficilmente.
Primo problema fra tutti: avete presente che negli altri giochi, la trama era divisa in capitoli? Ecco, qui è la stessa cosa, con il piccolo dettaglio che ogni capitolo è un fottuto gioco separato che non tiene conto del salvataggio nel gioco precedente. Paradossalmente io potrei giocare il quinto capitolo di Tales of Monkey Island e finire il gioco senza aver neanche mai visto gli altri quattro. Che cagata.
Ovviamente li ho giocati tutti, che io sono un completista e non mi lascio sfuggire niente. E giocandoli son dovuto scendere a patti con un’altra cosa superfastidiosa: i controlli. Quanto ho bestemmiato dietro ai controlli, non potete capire. Ma tralasciando questi dettagli, veniamo al gioco vero e proprio. Il nostro Guybrush inizia la sua nuova avventura già mazzuolandosi con LeChuck, senza dare contesto su ciò che era successo nel gioco precedente. Nel combattimento però, entrambi perdono una mano e Guybrush pensa bene di sostituire la sua con quella di LeChuck che sembra avere vita propria. Sappiamo che le scelte intelligenti non sono proprio il punto forte del biondo protagonista. Comunque, i venti si fanno forti e il biondo finisce su Flotsam Island, un’isola accerchiata costantemente da venti così potenti da impedire a qualsiasi nave di salpare.
Tuttavia la mano di LeChuck scatena una maledizione che inizia a propagarsi a tutta la popolazione del nuovo arcipelago di isole in cui questa storia è ambientata. Qui ci stanno degli interessanti enigmi con la giungla tropicale, nonché una truffa bella e buona a un povero collezionista di statuette (figure per gli amanti degli anime). Risolto l’enigma che scatenava i venti e appropriatosi di una nave, Guybrush parte all’avventura per arrivare a Spinner Cay, un’isolotto abitato dai vekaliani, ovvero sirene e tritoni. Lo scopo inizia ad essere quello di fermare questa piaga, che ha già infettato Elaine e che sta lentamente prendendo possesso anche di Guybrush. Qui parte il primo colpo di scena: troviamo nuovamente LeChuck, ma stavolta è tornato umano, in quanto la mano maledetta non è più sua e quindi è ritornato alla sua forma originaria pre-morte. Visto che sembra essere buono, Elaine decide di collaborare con lui per fermare la piaga (scelta sbagliatissima a mio parere, ma i personaggi di questo gioco fanno tutti scelte parecchio del cazzo).
Nel frattempo Guybrush, che era partito alla ricerca di una spada magica, conosce Morgan LeFlay (ehhhh citazione mitologica, gli sviluppatori hanno studiato), una piratessa con i controcazzi che prende prigioniero Guybrush e lo consegna a De Singe, un medico che voleva fare esperimenti su di lui e sulla sua mano. L’eroe ovviamente scappa, solo per incappare in un lamantino gigante in amore, che se lo mangia, chiamato Leviatano. Qui ritrova Morgan e viene a sapere dell’esistenza dell’Esponja Grande, una grossa spugna gigante che può assorbire la maledizione e fermare la piaga. Letteralmente Spongebob, ma senza i pantaloni.
Mentre inizia la ricerca di questa spugna leggendaria, Guybrush sarà anche impegnato ad affrontare un processo per tutti i crimini commessi in questo e nei giochi precedenti, dovendo evadere più volte di prigione con metodi sempre più particolari, al solo scopo di continuare la ricerca. Nel mentre LeChuck, che non è umano manco per un cazzo, torna in versione demone ed ammazza malissimo Morgan, che nel frattempo si era inspiegabilmente innamorata del biondone. In tutto ciò Guybrush è costretto a farsi un giro nel mondo dei morti, anche perché LeChuck è asceso a semidio ed ha ipnotizzato Elaine perché fosse la sua sposa demoniaca. Parte quindi una caccia al tesoro tra mondo dei vivi e mondo dei deceduti, finché non si arriva allo scontro finale e alla risoluzione del rituale che permette allo spugnone di cancellare tutto.
Voto per Tales of Monkey Island:
6 - Appena sufficiente. Sono deluso da LeChuck
Anche se sono deluso dalla divisione in giochi diversi e dai comandi terribili, diciamo che il gioco in sé per sé non è brutto, ma è molto inferiore a tutti gli altri giochi della saga. Stan riappare come venditore di assicurazioni, ma in galera, il che mi fa molto ridere. Gli enigmi sono molto più semplici rispetto agli altri giochi e si sente la mancanza di Ron Gilbert ai testi, in quanto l’umorismo che contraddistingue la serie tende ad essere un po’ troppo sopra le righe in alcuni momenti e totalmente assente in altri. Tutta la parte del processo per esempio, mi ha annoiato parecchio. Oltretutto molte azioni sono ripetitive, specialmente tutti i viaggetti nella giungla di Flotsam Island. Oh e comunque anche in questo titolo non appare Monkey Island.
Pirata famosissimo cerca di fare il padre
E siamo al gran finale della serie. Perché si, Return to Monkey Island è effettivamente l’ultimo capitolo che chiude le vicende di Guybrash. Che pensandoci, un po’ mi scende la lacrimuccia visto che alla fine era così divertente che mi ero affezionato anche a quel bastardone di LeChuck. La ripresa della serie a distanza di non mi ricordo quanti secoli dal quinto capitolo, con pure il ritorno ai ferri del buon Ron Gilbert, è stato un vero colpo da maestro, anche se, visto che esiste il web e di base il web odia tutto e tutti, non sono tardate le bufere di decerebrati che andavano a minacciare di morte Gilbert perché la grafica del gioco era un po’ troppo disegnata, troppo dissimile da quelle dei precedenti capitoli. Suddetti mentecatti però non capivano che stavano parlando di una saga dove lo stile grafico praticamente cambiava a ogni capitolo, quindi… erano davvero dei fan o solo degli haters dell’ultima ora affogati nella frustrazione dopo l’ennesima partita persa a Fortnite? Boh. Non credo avremo mai una risposta. Per inciso, io la grafica l’ho trovata bella, accattivante e molto vivace. Mi schiero tra quelli a cui è piaciuta un botto.
Ma tornando al gioco, devo dire che l’ho trovato veramente interessante. Tutto parte dal finale del secondo capitolo, con Guybrush e LeChuck bambini al parco giochi. Solo poco dopo scopriamo che sono in realtà due bambini travestiti e che il piccolo Guybrush è in realtà il figlio del nostro biondone scemo di fiducia, avuto con Elaine… che si chiama (giustamente) Boybrush. E tutto questo gioco altro non è che una storia raccontata, ovviamente una storia in cui noi possiamo interpretare il Guybrush del passato che deve sconfiggere per l’ultima volta LeChuck alla disperata ricerca di quell’antico segreto di Monkey Island di cui abbiamo sentito tanto parlare nel primo capitolo, per poi dimenticarcene. Ovviamente ho scelto di giocare a difficile, per avere tutti gli enigmi contro, ma… erano comunque un po’ troppo facili. Ok, sarà che mi stavo giocando la serie in fila e che ormai ero assuefatto a tutte le puttanate che avevo incontrato fino a quel momento, ma ricordo di aver passato tutto senza troppe difficoltà.
Si ritorna quindi alla bella Melee Island, che troviamo molto cambiata: gli anni sono passati e si vede. La nuova governatrice è la vecchia maestra di spada, nonché ex-membro della nostra prima ciurma; i tre capitani pirati dello Scumm Bar sono cambiati e i vecchi fanno i senzatetto nel vicolo (più in là nel gioco si apriranno una pescheria); Nelle prigioni c’è un altro ex-membro della nostra prima ciurma, che fa compagnia al buon vecchio Stan, buttato dentro per evasione fiscale. Infatti la sua rimessa di barche è in stato di totale abbandono. In più ha aperto un museo, un mapparo e un fabbro e Lady Woodoo sta svendendo tutto per chiudere bottega. Insomma i feels nostalgici del primo capitolo mi hanno colpito dritto nello stomaco e mi hanno fatto male, molto male (ma in positivo). Ora, non sto qui a spoilerarvi tutto, ma sappiate che finiremo come zombie a fare da mozzi sulla nave di LeChuck, incontreremo ancora Murray e finiremo ancora su Monkey Island a cercare di scoprire sto benedetto mistero in un viaggio assurdo dove ogni singola mossa è folle e divertente.
Da notare come tutte le modifiche a Meelee Island inserite nel quarto capitolo, qui praticamente non esistano. La Meelee Island del sesto gioco è infatti un rifacimento quasi 1:1 di quella del primo titolo. Tant’è che uno si chiede se veramente i capitoli che vanno dal terzo al quinto siano effettivamente canonici, viste tutte le incongruenze. Notavo infatti che se considerassimo in timeline sono il primo, il secondo e il terzo gioco, la trama avrebbe effettivamente un senso narrativo continuativo senza troppe sbavature.
Prima di leggere questo paragrafo, sappiate che farò spoiler sulla fine, quindi procedete nella lettura a vostro rischio e pericolo. Spoiler tra 3… 2… 1… via! Il finale di tutta la serie mi ha lasciato un attimo spiazzato e con la lacrimuccia all’occhio. Dopo tutta la sequela di enigmi che ha caratterizzato i giochi, ci si ritrova così, con un Guybrush che deve spegnere le luci e chiudere la giornata di un parco divertimenti, lo stesso che abbiamo visto a inizio gioco. Non sappiamo quanto della storia raccontata da Guybrush al figlio sia vera, visto che tutti i luoghi di Melee Island sono solo attrazioni con dentro robot, ma il finale ci lascia con quella possibilità di interpretazione che lo rende unico per ogni giocatore. Per me, ad esempio, Guybrush ha vissuto tutto quello che ha raccontato, in tutti i giochi della serie, per poi tirare su il parco ispirato proprio dalle sue avventure. D’altronde Elaine è lì con lui, non è un personaggio del parco. Per altri con cui ho avuto modo di confrontarmi, il finale rende palese che tutte le vicende narrate da Guybrush siano solo cazzate partorite dalla sua fantasia, portate avanti dalla voglia di essere un pirata all’antica in un mondo moderno e ispirato dalle attrazioni del parco. Come la si vuole vedere è indifferente, l’importante è giocare questo cazzo di gioco e amarlo, è chiaro? Amalo.
Voto per Return to Monkey Island:
10 - La fine perfetta per una saga storica!
Si, la saga si chiude qui. Spero vivamente che nessuno nella storia dell’umanità si azzardi a tirarne fuori un altro titolo, perché rovinerebbe tutto. Gli enigmi di questo Monkey Island sono bellissimi, dalla storia dell’albero di mocho fino al sabotaggio del rituale finale. Come sempre tutto il fulcro del finale è nelle fondamenta dell’isola, a cui si accede da tempio testa-di-scimmia, che riappare in questo titolo come se non fosse diventato parte di un robottone durante il quarto capitolo. Ovviamente sull’isola ritroviamo anche il buon Herman, che sta ancora lì a prendere freddo. Insomma, i feels nostalgici ci sono tutti.
Una sfilza di disagi disagianti
Guybrush Treepwood è il nostro eroe. O meglio, sarà costretto a diventare il nostro eroe. Non è che fosse così in vena di farlo, ma la sua ambizione pirata lo porterà ad affrontare una serie di avventure con cui salverà il mondo, ma per le quali non li sarà mai riconosciuto il merito e, anzi, si vedrà sempre sbeffeggiato da tutti. Come un operaio di oggi con il suo datore di lavoro. Guybrush è l’emblema dell’uomo bello, ma totalmente scemo, nonostante nella sua totale incosapevolezza arrivi comunque all’obbiettivo in ogni capitolo. Questo perché ovviamente dietro c’è un/una nerd intelligente che lo sta manovrando. Nel senso più letterale del termine. È ingenuo a livelli inconcepibili e, nonostante la moralità lo porti sempre a salvare tutti, non ha mancato di macchiarsi di vari crimini nel corso delle sue avventure, tra cui: furti, omicidi, stragi, terremoti, eruzioni, maledizioni woodoo. È pur sempre un pirata, d’altronde.
Elaine Marley era la governatrice di Melee Island, che finirà per innamorarsi di Guybrush e sposarlo, forse più per pietà e sindrome della crocerossina che per amore effettivo. Hanno un rapporto molto tenero, c’è da dirlo, ma Elaine sa che Guybrush è fondamentalmente scemo, quindi lo tiene fuori dalle questioni di politica. Lei, che è una donna forte e intelligente, si è dapprima scontrata con Guybrush, ma davanti a quel visetto da pesce lesso e a quell’innocenza a dir poco infantile, non ha saputo resistere. Ha una lunga fila di spasimanti fuori dalla porta, primo tra tutti LeChuck, che farà di tutto per averla, anche pietrificarla e trasformarla in zombie da mandare contro Guybrush.
LeChuck è un altro personaggio iconico che appare in ogni titolo della saga. È il pirata fantasma/zombie/umano/demone/semidio stereotipo del cattivo ed è fondamentalmente l’unica leva di trama che spinge la storia ad andare avanti. Ci sarebbe quella cosa che in teoria sono tutti alla ricerca del segreto di Monkey Island, ma a nessuno frega veramente qualcosa del mistero, men che meno a LeChuck, che vuole solo Elaine tutta per lui senza neanche condividere. Che bastardo. In ogni titolo della serie, LeChuck tornerà in qualche modo, scegliendo curiosamente sempre forme diverse. A un certo punto sarà pure alleato di Guybrush nei vari enigmi e diventerà umano. Lui è quel personaggio che nonostante sia stato praticamente ogni tipo di essere ultraterreno, compreso un semidio, viene continuamente sconfitto da quel rimbambito biondo di Guybrush. A testimonianza del fatto che anche un dio non può nulla contro una mirata e ben assestata bestemmia.
Diciamo che i personaggi principali finiscono qui. Ci sono però altre comparse che vale la pena citare perché sono uno spasso. Partiamo da Stan, l’assurdo venditore che nella serie finirà col vendere barche, bare, immobili e assicurazioni, finendo guardacaso in galera per truffa. Chissà come mai. Lui ha una giacca diciamo… un po’ particolare ed agita braccia e gambe in maniera compulsiva. A parer mio deve avere un qualche tipo di sindrome psicologica bella grave, ma in questa saga non esistono psicologi, quindi la si ignora.
Lady Woodoo è una signora di colore, in carne, che di professione fa la strega woodoo. Sarà la chiave di volta in tutti i titoli della serie e si dimostrerà particolarmente dolce e accogliente col nostro biondo pirata, forse perché lo vede come un coniglietto indifeso da aiutare, boh. Vi dico solo che a un certo punto saremo noi a dover usare su di lei una maledizione per poter risolvere degli enigmi. Lol.
In ultimo vi cito Murray, un curioso teschio che troveremo per la prima volta all’inizio del terzo Monkey Island e che apparirà per tutti i capitoli futuri. Nonostante sia un burbero rompipalle, diventerà più volte parte del nostro inventario e verrà usato praticamente in tutti i modi possibili, anche in versione schiacciatina.
Conclusioni
La saga di Monkey Island si chiude definitivamente, almeno per il suo autore. O così sembra. Sinceramente non vorrei un altro titolo, ma viviamo in un mondo che punta sulla nostalgia di noi trentenni/quarantenni per macinare soldi, quindi c’è sempre la possibilità che un vecchio brand torni in auge, magari pubblicando uno spin-off o rovinando tutto come hanno fatto con Matrix Resurrection.
Monkey Island, voto finale:
8,16/10 - Questa saga è un cult dei punta e clicca, un must per tutti i giocatori che si vogliono approcciare al genere e non hanno paura di un po' di retrogame. I fondali disegnati sono spettacolari e gli enigmi sono fuori di testa! Da recuperare assolutamente!
