• Articolo pubblicato:1 Dicembre 2020
  • Categoria dell'articolo:Bar
  • Ultima modifica dell'articolo:30 Giugno 2024

Ultimamente mi sono imbattuto in questo volumetto di circa 200 pagine, una raccolta di racconti di Stefano Benni, edita nel lontanissimo 1987. Il Bar Sotto al Mare è più vecchio di me, anche se di poco e forse questo mi ha permesso di cogliere diverse citazioni che forse potrebbero essere sfuggite a chi è nato dopo il 2000 (Non sto usando la mia vecchiaia per tirarmela, lo giuro… no, no).

Mi è stato fortemente consigliato (non la citerò solo per non accrescere l’ego smisurato che già si porta dietro, comunque inferiore al mio) e quindi l’ho letto come fosse uno snack tra la fine del quinto volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, Danza dei Draghi, e l’inizio del romanzo successivo, Ready Player One. Ma non divaghiamo: è il momento di prendere un caffè con Il Bar Sotto al Mare.

Direi che per questo libro sta bene un caffè ristretto (come il suo formato), miscela robusta, con un cucchiaino di zucchero di canna, in tazza di alghe marine (strano? Si, proprio come il libro).

Bevo il primo sorso, il caffè ha un sapore forte, si sente la caffeina, ma soprattutto c’è il retrogusto e l’odore dell’alga marina. È un po’ uno schifo in realtà. Maledetta alga marina.

Leggo il titolo, che è tutto un programma: c’è un bar. E io adoro i bar. Ci sono bar che con tutti i caffè che ho preso (e prendo), hanno mandato i figli in vacanza alle Hawaii, quindi il titolo non poteva che intrigarmi. Preso su Amazon a qualcosa come 10€ scarse, fin dalle prime pagine ha catturato la mia attenzione, con un ritratto di tutti i frequentatori di questo fantomatico posto. La foto è in bianco e nero e solo leggendone la descrizione delle figure si possono scoprire due personaggi “segreti” che non appaiono: la Pulce e L’Uomo Invisibile.
Ok, l’idea sembra un po’ pazza, ma è interessante, anche andando poi a vedere quelli che sono i racconti. Infatti la regola è semplice: ogni visitatore che entra nel bar deve raccontare una storia, altrimenti non può uscire, quindi ognuno, senza un ordine preciso, inizia a raccontare la sua.

Slegati uno dall'altro

Bevo un altro sorso e butto un occhio ai racconti. Alcuni sono lunghi, altri corti, altri molto corti, ma d’altronde nessuno nel bar ha specificato quanto la storia dovesse durare. Così racconti da 30 pagine sono intervallati a quelli da 5, 2 o mezza pagina. C’è una cosa però che accumuna tutti quanti: sono assurdi, abbastanza da strappare qualche risata. Ciò non toglie tuttavia che ci sono alti e bassi, alcuni coinvolgono così tanto da far venire i brividi, mentre altri dopo averli finiti di leggere, lasciano con un gigantesco “Mah”.

Quelli ambientati nell’immaginario paesino di Sompazzo sono tra i più memorabili, così assurdi che in alcuni punti non possono che strappare almeno un sorriso data l’idiozia e l’eccentricità dei personaggi. Vi dico solamente che sono scoppiato a ridere leggendo Il Pornosabato dello Splendor che anche qui, già il titolo non si prende sul serio.

Da citare assolutamente è il racconto targato Oleron, un vero e proprio horror psicologico (una trama alla The Others o alla Sesto Senso tanto per capirci), decisamente più inquietante di Autogrill Horror, in cui non ho visto tutto questo orrore. A meno che il caffè non fosse bruciato, emesso da una macchinetta pulita l’ultima volta dieci anni prima… in quel caso si, è horror. Il mio horror personale.

Sulla linea dell’assurdità troviamo Matu-Maloa, un riferimento tanto palese a Moby Dick, quanto l’uomo con gli occhiali neri lo è per John Belushi (dai, guardate il ritratto, è palesemente lui). Divertente anche la storia di Pronto Soccorso e Beauty Case e quella della Traversata dei Vecchietti. Sullo stile del giallo c’è invece Priscilla Mapple, una dodicenne il cui acume e descrizione (nonché il nome), riconducono immediatamente alla Miss Marple di Agatha Christie.

Tra i peggiori metterei al primo posto Shimizé, il racconto della Sirena… a cui ho fatto fatica a trovare un senso… “e forse un senso non ce l’ha” (cit. da Vasco Rossi). Ma anche quello della pulce e dell’uomo che non finiva mai le cose; non so se è stato preso da qui, ma l’ho visto girare come meme su Facebook qualche anno fa. Purtroppo non riesco a farmi piacere le storie troppo brevi.

Da qui in poi solo spoiler

Bevo l’ultimo sorso e mi rendo conto che effettivamente, nel complesso, sto caffè sa un po’ di culo. Vi parlo un attimo delle considerazioni a cui sono arrivato con il finale. Qui partono gli spoiler, quindi se volete leggerlo, saltate questa parte. Pronti? 3, 2, 1…

Sono rimasto un po’ deluso dal finale. Nel vedere come era stato imbastito il tutto e la tipologia di narrazione utilizzata, sarei rimasto piacevolmente sorpreso nel leggere che magari tutto il Bar non fosse altro che una metafora per l’aldilà (nei racconti la morte è spesso presente… a momenti muore più gente qui che in Game of Thrones), ma il finale è ricorsivo, riporta all’inizio della storia e non spiega nulla. Perché c’è un bar sotto al mare? Perché è frequentato da persone di diverse età, estrazione sociale e secolo? Quale pazzo darebbe in concessione edilizia (per un bar) il fondale accanto a un molo? E niente, nella mia spasmodica frenesia da sega mentale e voglia di avere delle risposte, rimango dell’idea che si, il Bar è una sorta di aldilà.

Ma qui siamo davanti a un finale tipo quello di Lost: o lo ami, o lo odi. E in entrambi i casi comunque ti lascia quella sensazione di non detto, chiudendo il ciclo della storia, ma lasciandosi indietro un pezzo. E forse è quella mancanza di senso che potrebbe farlo amare, alla fine è una raccolta di racconti pseudo-fantasy messi insieme da un’idea interessante.

Piccolo appunto prima di chiudere: forse è tutta una sega mentale mia, ma ho notato che tutti i personaggi, nei loro racconti, citano un altro personaggio o un altro racconto del bar, chi palesemente, chi mascherando con qualche sinonimo. Ma si, forse sono solo pazzo (sicuro, anche perché essere normale è così noioso).

Ora scusate, ma vado a buttare sta tazzina di alghe marine, con la promessa di non comprarle mai più. Non dovevo dare retta a quella sirena…