• Articolo pubblicato:25 Ottobre 2021
  • Categoria dell'articolo:Universi
  • Ultima modifica dell'articolo:4 Luglio 2024

Nella giungla dovrai stare finché un 5 o un 8 non compare”. Parole che sembrano senza senso per chi non ha mai visto Jumanji, ma che lasciano un certo brividino lungo la schiena per chi ha visto il primo meraviglioso film di quella che ora è diventata una… saga?

Si, perché dopo il primo storico film del ‘95, che ha conquistato un posticino nel mio cuor di tuscalusa, hanno ben pensato di riprendere in mano il titolo e trasformarlo in un franchise. E, ovviamente, come tutte le cose fatte solo per soldi, non funziona. Ma vabbé.

So che per le nuove generazioni è difficile crederlo, ma c’era un tempo, quando internet non era diffuso e i videogame erano per pochi, in cui uno dei migliori passatempo in compagnia era il gioco da tavolo.

Ci si trovava tutti a casa di un amico, ci si sedeva e giù a scannarsi comprando case col Monopoli, facendosi la guerra con Risiko e litigando aspramente con Tabù. Non avete idea di quante amicizie sono finite per le litigate e rosikate durante queste partite.

In quell’epoca così lontana (giusto una trentina di anni fa), ecco sbucare un film che, come consuetudine americana vuole, è tratto da un romanzo, che parlava proprio di un gioco da tavola magico. Un gioco quasi demoniaco, che ti attira con un forte battito di tamburi che proviene dall’interno della scatola (confezione in legno massello super decorata, peso: 5 Kg… ci potevi ammazzare una persona solo con quella).

Suddetto gioco da tavola viene inizialmente ritrovato da un bambino sfigato degli anni ‘80 in un cantiere. Così, letteralmente incastrato in una parete di roccia. Inutile dire che, da bravo dodicenne, se lo fotte e lo porta a casa. E quando c’avete un giocattolo nuovo, che fate, non ci giocate? Ovviamente si. E il modo migliore per farlo è incastrare la bambina che vi piace, che voleva uscire a divertirsi, ma che per pietà rimane con voi, chiedendosi cosa abbia sbagliato nella vita. Già a dodici anni.

Jumanji scatola
Certo che il box del gioco è proprio accattivante. Sta magia ci sa fare con il marketing!

Solo per veri appassionati della giungla!

Nell’ecosistema di questo universo, Jumanji è… una sorta di entità? Boh, non si capisce. Lo conosciamo come un gioco da tavolo, tutto intarsiato ed elaborato, molto figo, con una sfera di vetro magico al centro del tabellone di gioco. Quattro giocatori, ognuno rappresentato da un segnalino, partono dai quattro angoli del tabellone con lo scopo di avanzare al lancio del dado. Il primo che arriva sulla sfera di vetro, che è anche la casella finale, deve urlare “Jumanji” e terminare la partita. Piccolo problema: a ogni lancio di dado appare una frase in rima nella sfera di vetro, che il giocatore deve leggere e… affrontare. Si, perché questo gioco dell’oca demoniaco è ambientato in una fantomatica giungla e materializza a ogni lancio del dado, qualcosa preso direttamente dal posticino in questione. Leoni, scimmie, tempeste, cacciatori, mandrie impazzite, zanzare giganti e tante altre robine possono manifestarsi a caso tra un tiro di dado e l’altro. Lo scopo dei giocatori diventa quindi quello di finire la partita e, tendenzialmente, rimanere vivi. E il tutto senza barare, che il gioco se ne accorge e maledice il povero sfigato con cose a caso. Nel primo film il bambino che ci prova si ritrova trasformato in un cosplayer brutto di un licantropo.

Questo quantomeno è quello che succede nel primo film, quello che ha consacrato Robin Williams come attore spettacolare. Nel 2017, nella speranza di racimolare due spicci dai nostalgici trentenni di tutto il mondo, la Sony ha deciso di prendere Jack Black e The Rock e farci un sequel trash d’azione che dello spirito del primo film conserva soltanto il nome.

Il gioco da tavola qui infatti viene effettivamente ritrovato come tale (peraltro nello stesso posto nel quale finisce alla fine del primo film), ma non suscitando più l’interesse del ragazzino di turno, decide di trasformarsi in una console di videogame, una sorta di Playstation marca Tarocco che spinge il malcapitato di turno a giocarci. Per questo dicevo che Jumanji è un’entità. Come fa una scatola di legno a trasformarsi in una console? Boh. Ma vabbè, non ci si spiega neanche come facesse a evocare creature, fenomeni atmosferici e tellurici, ma all’epoca me lo feci comunque andare bene, quindi non faccio altre domande.

In quanto videogame, permette anche la scelta di un avatar ai giocatori, con anche un piccolo background alle spalle. Una volta scelto il personaggio, Jumanji risucchia tutti e trasforma ogni giocatore proprio nell’avatar scelto. Ai giocatori verrà poi data una quest da portare a termine per completare la partita e urlare, ovviamente, “Jumanji”. Piccola nota a margine: ogni giocatore ha tre vite, esaurite le quali muore definitivamente e l’avatar torna disponibile per far continuare la partita a qualcun altro.

Ma sarà tipo un piano parallelo?

Nel primo film la giungla è solo un’ambientazione accennata, un luogo ostile dove Alan Parrish è rimasto rinchiuso per anni, dal quale vengono fuori animali di ogni genere e, curiosamente, il cacciatore Van Pelt, che poi si rivelerà essere il vero antagonista della storia. Da brividi il momento in cui l’Alan adulto si rende conto che il cacciatore sta per uscire e pronuncia “Van Pelt” terrorizzato, iniziando a scappare per evitare che l’altro lo fucili male.

Se il gioco da tavolo materializza la giungla nel mondo reale, il videogame materializza i giocatori nella giungla e quindi eccoli lì, a terminare la partita, mentre devono recuperare la classica gemma, tipica dei videogame di avventura degli anni ‘90. Qui la giungla sembra divisa per livelli, ovvero in aree a difficoltà crescente che porteranno gli eroi verso la meta.

Tuttavia nel terzo film vediamo che oltre alla giungla ci stanno in mezzo anche deserti, laghi, monti innevati e roba così. Oltretutto all’interno del videogame sono presenti una quantità spaventosa non solo di nemici, ma anche di NPC, proprio come fosse un open world. Logicamente tutto sta nel battere il boss finale di turno che, nel terzo film, è interpretato dallo stesso attore del Mastino di Game of Thrones.

Jumanji licantropo
Tranquillo piccolo Wolverine, ho io la soluzione: a casa ho un tosaerba!

Zathura: il Jumanji spaziale

Lo scrittore di Jumanji, Chris Van Allsburg, doveva essere proprio fissato con i giochi da tavolo in quanto a seguito del successo del romanzo, ne scrisse un altro con protagonista proprio un altro gioco da tavolo. E si, secondo lo stesso autore, Zathura è nello stesso universo di Jumanji.

Zathura sembra essere una versione futuristica di Jumanji, dove l’ambientazione giungla è sostituita con lo spazio e a cui si gioca in coppia. Più o meno le regole sono le stesse: ogni turno si lanciano i dadi per muovere la propria navicella sul tabellone, con lo scopo di arrivare per primi a Zathura, il buco nero che sta al centro. Con ogni lancio si ottiene una carta che determina un evento, sia positivo che negativo. Si può andare da una pioggia di meteoriti all’arrivo di un’astronave aliena, all’evocazione di astronauti, al passaggio di una stella cadente e un sacco di altra roba spaziale.

Anche di questo romanzo ne esiste un film (che trovate su Netflix), uscito nel 2005, che tuttavia è stato un po’ un floppone totale, anche perché la storia è molto simile all’altra. Qui due fratelli che litigano sempre iniziano a giocare a Zathura e solo collaborando potranno arrivare alla fine del gioco. Fidatevi, è come vedere il primo film di Jumanji, ma con lo spazio. Anche qui c’è qualcuno che è stato risucchiato nel gioco (l’astronauta per l’appunto) e anche qui se si bara, si viene puniti. Nella fattispecie si viene espulsi nello spazio. Ah, mi ero dimenticato di dire che l’edificio in cui ci si trova, a inizio partita viene lanciato nello spazio. Così, giusto per gradire. Con un po’ di fantasia e un paio di cannoni, si potrebbe guidare la casa verso la Morte Nera.

Conclusione

Jumanji è uno dei tanti film pilastro della mia infanzia, un capolavoro della cinematografia che non può essere riprodotto. E sicuramente quel film aveva dei difetti, ma il bambino che è in me e che ritorno nel guardarlo, è disposto a passarci sopra. I nuovi film non riescono assolutamente a ricreare quell’atmosfera, quella magia che trasmetteva il film del ‘95. Adoro The Rock e non posso dire che i due film successivi non mi siano piaciuti, ma potevano tranquillamente avere un altro titolo ed essere validi lo stesso… alla fine sono dei classici film trash d’azione, più o meno come i Mercenari o la saga di Fast and Furious. Carini, caciaroni, ma non ti lasciano dentro quell’emozione, come il momento in cui l’Alan Parrish adulto (sempre il fantastico Robin Williams) urla “Jumanji” alla fine della partita. Lo dice con una soddisfazione, misto a incredulità e sollievo, che trasmette al telespettatore tutto il pathos del momento. Brividi, brividi dappertutto. Siamo alla fine dell’articolo, quindi non mi resta che concludere la partita urlando “Jumanji”.

Fonti

Per approfondire: Wiki inglese